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Andrea Di Nino ucciso in cella? Omicidio mascherato da suicidio: L'accusa se confermata sarebbe l'ennessimo macigno sul sistema Penitenziario Italiano

Un testimone inchioda tre agenti: "L'hanno ucciso loro". La morte di Andrea Di Nino nel carcere di Viterbo non fu suicidio? Un caso che squarcia il velo sull'orrore nascosto dietro le sbarre e solleva una domanda atroce: quanti altri sono morti così, nel silenzio complice di un sistema che isola e occulta?
5 aprile 2025 di
Andrea Di Nino ucciso in cella? Omicidio mascherato da suicidio: L'accusa se confermata sarebbe l'ennessimo macigno sul sistema Penitenziario Italiano
L R

Non chiamatelo suicidio, non acora. 
La morte di Andrea Di Nino, avvenuta tra le mura infami del carcere Mammagialla di Viterbo il 21 maggio 2018, puzza di menzogna Istituzionale, di violenza brutale mascherata da gesto disperato. 
Una morte che oggi, grazie a una testimonianza agghiacciante, costringe la Procura a indagare per omicidio volontario
Ma quanti altri Andrea Di Nino ci sono, sepolti sotto la dicitura "suicidio" o "morte naturale" negli archivi polverosi delle nostre prigioni? 
Quante verità scomode vengono soffocate dalle mura sempre più alte che il Governo erige per isolare le carceri, trasformandole in buchi neri dove tutto può accadere lontano dagli occhi indiscreti della società civile?

La testimonianza shock: "Questo è morto", poi il Silenzio

La famiglia non ci ha mai creduto. 
"Andrea non si sarebbe mai ucciso", hanno sempre urlato i suoi fratelli. 
Ora, la loro disperazione trova una sponda terribile nel racconto di un altro detenuto, un vicino di cella che avrebbe visto e sentito tutto. 
Un racconto che fa accapponare la pelle e getta un'ombra sinistra sulla polizia penitenziaria.

Il testimone parla chiaro: ha visto tre agenti, già noti tra i detenuti come quelli "soliti picchiare chi dava fastidio", entrare nella cella di isolamento di Andrea. 
Ha sentito le urla disperate di Di Nino, le sue richieste d'aiuto soffocate dalle grida degli agenti: "Stai zitto!". Venti minuti di orrore udibile, poi il silenzio tombale. 
E infine, la frase che gela il sangue, pronunciata da uno degli agenti: "Questo non si riprende più, questo è morto".

Poco dopo, secondo il testimone, Andrea Di Nino viene portato via a spalla, come un sacco vuoto, i piedi che strisciano inermi sul pavimento. 
Subito dopo, le celle degli altri detenuti vengono oscurate, i blindati chiusi. 
Isolamento nell'isolamento. 
Il giorno dopo, la versione ufficiale: Andrea si è impiccato con un lenzuolo alla finestra. 
Una versione che fa a pugni con la logica e con la testimonianza.

Un "suicidio" impossibile e annunciato? I dubbi inascoltati

Anche prima di questa testimonianza, i conti non tornavano. 
I familiari avevano denunciato da subito le troppe incongruenze:

  • Andrea, 36 anni, vicino alla fine della pena, non vedeva l'ora di riabbracciare i suoi figli. Perché uccidersi proprio ora?
  • La modalità del presunto suicidio: un uomo della sua corporatura poteva davvero impiccarsi a quella finestra, così bassa, con un lenzuolo che difficilmente avrebbe retto il suo peso? Sembra una messa in scena grottesca.
  • Poche ore prima di morire, Andrea aveva chiamato la madre, chiedendole vestiti nuovi per l'udienza imminente che poteva portarlo ai domiciliari. Un uomo che pianifica il futuro, non la morte.
  • Ma soprattutto, Andrea aveva paura. Aveva confidato al fratello di una colluttazione con un agente, delle botte subite e di una minaccia terribile: "Tu non esci vivo di qui". Una sentenza di morte?

Il "plotone punitivo" e la strategia dell'isolamento

Le parole di Andrea e di altri detenuti disegnano lo spettro di un "plotone punitivo" all'interno del Mammagialla. 
Un gruppo di agenti temuti, specializzati nel "punire" i detenuti scomodi con pestaggi sistematici
La colpa di Andrea? Chiedere insistentemente di poter chiamare la madre malata. 
Una richiesta umana, trasformata in pretesto per violenze ripetute, anche tre volte a settimana, stando ai racconti.

È questo il vero volto di certe carceri? 
È questa la realtà che si vuole nascondere isolando sempre di più questi luoghi, rendendoli fortezze impenetrabili dove la violenza può consumarsi senza testimoni scomodi, senza che la società civile possa nemmeno immaginare? 
È questa la sicurezza che lo Stato garantisce: quella degli aguzzini protetti dal silenzio e dall'indifferenza?

La riapertura delle indagini per omicidio volontario, ottenuta grazie alla battaglia legale della famiglia Di Nino e dell'Avvocato Nicola Triusciuoglio, è un primo, doveroso passo. 
Ma non basta, Il processo per omicidio colposo (dove, incredibilmente, il direttore del carcere è già stato assolto) rischia ora di essere sospeso, ma la vera domanda resta: quanti altri casi come quello di Andrea Di Nino giacciono sepolti sotto la polvere dell'omertà e della versione ufficiale?

È ora che la "società civile" si svegli dal torpore e pretenda verità e giustizia, non solo per Andrea, ma per tutte le vittime silenziose di un sistema carcerario che, dietro la facciata della rieducazione, sembra coltivare impunità e violenza
Fino a quando permetteremo che le nostre carceri siano luoghi dove si può morire così?

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